Passata la frontiera dell’india mi fermo subito al lato della carreggiata per appiccicare la sua bandiera sulla scocca di calypso, neanche a farlo apposta c’è spazio solo per quella del Nepal e del Giappone. Trovo un ostello fuori dal centro della città di Amritsar dove mi rilasso bevendo una birra ed ammirando il tramonto indiano. Amritsar mi offre il suo tempio d’oro così sacro per la religione sikh ma per oggi non ho voglia di continuare a guidare e cercare indicazioni su google maps. Le strade già iniziano ad essere piene di tuk tuk e di vespe della “LML” guidate da indiani sikh con i loro classici turbanti di tutti i colori, certo che la piaggio c’ha fatto i soldi in india?!

Arrivo a Dharamsala sudando sette camice nel portare calypso sulle ripide ed affollate salite della cittadina, inizia a piovere leggermente e così prendo una stanza nella prima Guest house che trovo. Il proprietario mi offre anche un bel dito di hashish “charas” per 15 euro che mi durerà per tutto il tragitto fino al confine con il Nepal. Dharamsala è piena di monaci tibetani con le loro classiche tuniche di color mattone ed arancione che mi provocano pace interiore, una pace interiore che svanisce immediatamente a causa del traffico di taxi e di motorini che suonano continuamente il clacson per farsi spazio o per avvertire della loro presenza in prossimità di curve pericolose. Rimango una settimana a Dharamsala per aspettare il bel tempo, per ascoltare l’insegnamenti del Dalai lama e per fare un corso di cucina tibetana dove imparerò a preparare dei momo vegetariani. La quantità di turisti israeliani è impressionante e non riesco a capire per quale motivo il nord dell’india è meta turistica di questo popolo, icchè si mettono d’accordo? O forse è solo perché è economico? E poi tutti a fare corsi di yoga o di collanine, che palle!!! Ma d’altronde il turismo dell’india è basato su questo ed alla fine porta soldi e attività in un paese dove la spazzatura si brucia ai margini della strada e dove la parola riciclaggio non è nel vocabolario.

Nel primo vero giorno di sole carico calypso di tutti i bagagli e mi dirigo verso il paese di vashisht nella regione Himachal Pradesh ai piedi dell’Himalaya, la strada inizia a peggiorare e mi prendo pure un’ondata di pioggia che dura fino a pochi chilometri dalla Guest house che mi aveva consigliato un’amica, sono fradicio e completamente ricoperto di fango schizzato da camion insensibili verso un italiano che guida la sua piccola vespa cercando di non sprofondare nelle buche di lavori in corso interminabili.

Decido di partire verso la città di Leh, in Ladakh, nella regione del Jammu e Kasmir in mezzo al deserto dell’Himalaya ad un’altitudine di 3500 metri percorrendo la Manali-Leh highway una tra le dieci strade più pericolose al mondo con 490 km che ti portano ad oltrepassare passi di montagna che arrivano ad un’altezza di 5328 metri su strade ad una corsia, mezze asfaltate o completamente sterrate con dirupi da capogiro, ponti pericolanti e fiumi da superare solo la mattina presto poiché nelle ore diurne le acque si alzano a causa dello scongelamento delle nevi su in alta quota, in più camion, auto, bus e le classiche ed immancabili motociclette della Royal enfield. Lungo la strada incontro un ragazzo inglese con la sua moto KTM comprata a New Delhi ed due ragazzi indiani della regione di Kerala con le loro Royal enfield noleggiate, faremo la strada e dormiremo insieme per due notti nei campeggi dei villaggi di Jispa e Pang.

La strada è estenuante per me e calypso, iniziano a formarsi vesciche sulle mani, dolore ai polsi ed alle braccia, tutte le persone che incontro lungo il tragitto rimangono a bocca aperta vedendomi guidare con una vespa a quelle altezze, nessuno guida una vespa su quella strada, nessuno, solo io, mi sento un super eroe, invincibile. Superare altri veicoli è praticamente impossibile, tutti aspettano l’arrivo di uno slargo della carreggiata per un sorpasso più sicuro ma io no, senza indecisioni e con il gas aperto ed il singhiozzare di calypso passo tutti quelli che mi trovo davanti e che ostacolano il mio passaggio stando in equilibrio su di un lembo di strada sterrata tra le carrozzerie di camion militari e dirupi di centinaia di metri che provocano vertigini con visioni di relitti rugginosi in fondo ad enormi burroni. Le grandi altezze non sono adatte a calypso che piange ed urla pregandomi di non continuare, ma ormai sono in ballo e quando il gioco si fa duro i duri incominciano a giocare. La polvere entra ovunque, nel carburatore, sui vestiti, nelle narici ed in bocca, inizio a sentire la fatica e per fortuna dopo tre giorni arrivo a Leh dove riposerò il mio scheletro e la mia mente. Il ritorno verso vashisht lo farò con calypso incastonata tra me ed il sedile posteriore di una jeep visto il peggioramento meteorologico che durerà tre giorni e provocherà lungo la strada la bellezza di 20 morti, la pioggia è incessante e potente, distruggerà gran parte della strada ed anche un ponte che dovrei superare per continuare il mio viaggio, fortunatamente la viabilità riprende a singhiozzo dopo la tormenta e in un giorno di sole riesco ad arrivare a Shimla percorrendo un percorso differente da quello che mi ero prefissato.

Sento la stanchezza nel guidare lungo le strade dell’india, non ce la faccio più!!! Ogni cento metri inizia lo sterrato con buche che non ti potresti immaginare in vita tua, ogni pericolo è alle porte, ogni curva nasconde qualcosa, mucche sempre nel mezzo a cacare il cazzo, scimmie pronte ad entrarti tra le ruote e sorpassi al limite della decenza umana. Come in un miraggio la strada tra Shimla e Rishikesh diventerà il percorso più bello e divertente da guidare fino ad ora, con curve continue, salite e discese che provocano piacere a calypso e me.

Passiamo il confine con il Nepal dopo quasi un mese d’India con l’ufficio della frontiera più sgangherato che abbia mai visto, solo tre muri, un tetto di lamiera, un tavolino, tre sedie ed un divanetto. Pernotto nell’albergo più lussuoso della città per la modica cifra di 15 euro dove avrò il piacere di un bagno rigenerante nella sua piscina privata, riesco a farmi una sim card nepalese per 5 euro al mese ed ho il tempo anche di riparare una ruota bucata giorni prima. I nepalesi si sentono più cordiali dell’indiani e devo dire che anche io ho questa impressione lungo il percorso che mi porterà ad oltrepassare la giungla su di un rettilineo fortunatamente asfaltato ma con dossi leggeri che si ripetono costantemente per un centinaio di chilometri provocandomi dolori muscolari e paranoie per un’altra possibile foratura causata dall’immaginario stress della gomma che ho nella mia mente.

Dopo la città di Butwal inizia ancora una volta sterrato per 30 chilometri, basta!!! Avete rotto il cazzo!!! Ma perché non sistemate queste cazzo di strade? Dio cane!!! Mi spaccano la schiena!!! Questo è quello che mi ripeto costantemente ma poi… wow!!! 100 km splendidi, pieghe e aperture di gas superando nepalesi con moto più potenti di calypso, nessuno riesce a starmi dietro, che goduria!!! Ma poi la goduria finisce gli ultimi 36 chilometri con un temporale da urlo, vaffanculo!!! Proprio da ultimo? Cazzo!!! Vaffanculo!!! Pohkara, Guest house, inzuppato d’acqua mollo tutto e vado a farmi una doccia calda con un momo tra i denti ed un bicchiere di coca cola.

Pohkara è la seconda città più grande del Nepal, si affaccia sul lago Phewa dove è possibile farsi un giro noleggiando colorate barchette ed ammirare le belle vedute dell’Himalaya con vette che superano di poco gli 8000 metri. Tedeschi, inglesi e giapponesi ne fanno da padroni con i loro zaini ed equipaggiamenti da trekking estremo, tutto è incentrato sul turismo estremo, i nepalesi sono degli esperti in questo, se vuoi attrezzatura da montagna in Nepal trovi di tutto e di tutte le più famose marche a cifre veramente economiche.

Gli ultimi 200 km che mi porteranno a Kathmandu saranno un riepilogo nella mia mente di tutto il mio viaggio poiché dopo Kathmandu arriverà il Giappone e di conseguenza la meta finale dove le ore seduto su calypso finiranno ed io dovrò decidere che fare della mia vita.

P.s. consiglio a tutti i nazisti ancora in circolazione di trasferirsi in India o in Nepal dove il simbolo della svastica adorna edifici spirituali e non, così potrebbero portare le loro bandiere del cazzo liberamente ed acquisire una pace interiore che li accompagnerebbe verso il sentiero di una vita migliore.

Allora ciao…